Dimenticatevi dell’Amore – Nymphomaniac

imagesIrruento come i riff metal dei Rammstein che ne fanno la colonna sonora e originale come la campagna pubblicitaria a prova di orgasmo che lo ha preceduto, Nymphomaniac segna così il ritorno al grande schermo dell’enfant terrible del cinema internazionale. Due capitoli per raccontare la storia di Joe, un romanzo di formazione in chiave cinematografica autonomo e del tutto incurante del suo spettatore, letteralmente sbattuto come un sacco di patate tra una scena di sesso e una carrellata di primi piani di genitali maschili. Lars von Trier ci racconta la vita e la sessualità di una donna come nessuno aveva fatto prima, privata dal filtro del buon gusto la storia di Joe infastidisce, disgusta, eppure trascina a perdersi nella misteriosa solitudine umana di questa donna che permea tutta la pellicola, per un director’s cut di cinque ore e mezza.

È il buio a segnare l’inizio e la fine del racconto, tra due lunghe sequenze oscure ci viene raccontata la storia di Joe, la donna che l’anziano Seligman trova malmenata in un vicolo e porta nel suo appartamento. L’uomo diventerà il suo soccorritore, il suo confessore, ascolterà pazientemente il racconto del male che ha plasmato l’esistenza della donna fino a divenirne, in un finale che da solo vale le cinque ore del film, carnefice e vittima al tempo stesso. “Ho scoperto la mia vagina all’età di due anni” questa l’incipit del racconto, la storia di una ninfomane impersonata da una meravigliosa Charlotte Gainsbourg, sgraziata e priva di femminilità alcuna, ma carica di un insaziabile erotismo che, nella folla di uomini di cui si è circondata, la condanna ad una solitudine tanto amara quanto disarmante.

Due volumi e otto capitoli dividono il racconto, cinque per raccontare la giovane Joe e tre per l’età adulta. Il 3+5 non è una sequenza casuale, sono 3+5 i colpi che segnano l’iniziazione sessuale di Joe e sono 3+5 i numeri della successione di Fibonacci, riferimento matematico non esclusivo che ricorre costante nella diegesi filmica. Joe decide, è lei a dettare le regole delle sue confessioni, il vecchio Seligman ascolta e interpreta pazientemente, sorprendentemente non giudica, nessuno sgomento segue il racconto della sete morbosa di piacere che accompagna l’educazione sentimentale della donna, ma solo un’analisi accurata, accompagnata da sofisticati accostamenti letterari e musicali. Si parte dalla pesca, che diviene edulcorata allegoria dell’insaziabile caccia all’uomo della giovane ninfomane, si passa poi alla musica classica, i tre elementi di Bach diventano sinonimo di tre amanti, riassunto delle tre facce dell’amore: dedizione, sentimento e passione animalesca. Si arriva fino alla letteratura e in ultima analisi anche alla religione e alla spiritualità laica, quasi una sorta di riscatto dopo le polemiche sull’antisemitismo che hanno coinvolto il regista qualche anno fa.

Nymphomaniac_Part_I-404377727-largeLa donna è forza viva, impetuoso tumulto insaziabile che si contrappone al sapere enciclopedico del confessore, un uomo che, fino alla fine del racconto, non manifesta reazione alcuna. Parabola del bene contro il male, un confessore ideale e una confessione che si trasforma in autoanalisi e diviene inaspettatamente cura di un dolore sviscerato dall’interno. Una storia tragica, che sicuramente si poteva raccontare con la stessa intensità e carica emotiva anche tagliando alcune scene di sesso troppo esplicite, il confine tra cinematografia e porno risulta impercettibile.

Un porno con troppa trama, quindi, oppure cinema con troppo porno, qualcuno ha parlato anche di porno d’autore, sicuramente elemento di interesse che ha riportato il film all’attenzione di tutti secondo l’amata legge Wildiana del nel bene o nel male, purché se ne parli.

Degna di nota la performance di Uma Thurman, la parte della moglie tradita non è sicuramente un ruolo originale da interpretare, ma la sposa di Kill Bill è riuscita nel regalarci un momento di cinema unico e irripetibile. Dopo Dogville e Melancholia l’abilità del regista di raccontare l’assurdo tocca qui il suo apice assoluto. Deludente invece Shia LaBeouf, un Jerome quasi anonimo, che dovrebbe emergere tra tutte le altre figure maschili del film e impersonare l’amore romantico, e che invece si perde dietro alla presenza scenica dell’esordiente Stacy Martin.

diabolique-nymphomaniac-01-620x348Joe e Seligman altro non sono che rappresentazione del rapporto regista spettatore, ci sono punti in cui il racconto non è credibile, coincidenze paradossali che minano il legame con il reale. Seligman protesta e la reazione della donna è chiara e palese fin da subito, per capire la sua storia bisogna crederci e affidarsi alla verità per come viene narrata, se si vuole coglierne l’essenza. Esattamente quello che accade in ogni pellicola del regista, lo stile narrativo di von Trier pone ogni volta lo spettatore in una posizione instabile, il terreno su cui poggia i piedi vacilla, i pensieri e le deduzioni sono indotte. Sembra che il ragazzaccio di Hollywood voglia portarci verso accostamenti mentali precisi, a conferma di ciò le scelte sul montaggio, che ricordano fortemente la scuola sovieta. Basti pensare all’immagine del sacco di patate rivoltato, ai numeri che compaiono in sovrimpressione sullo schermo e agli accostamenti delle inquadrature, e anche più semplicemente alle immagini iniziali della pesca. Il tutto aggraziato da scelte cromatiche e composizione dell’inquadratura sublimi, conosciamo il gusto estetico dell’autore già’ da Melancholia, la sequenza d’apetura della sposa Kirsten Dunst e’ ormai parte dell’immaginario collettivo degli appassionati di von Trier.

Nel film non mancano gli spunti più ambiziosi sull’amore e sulla condizione di emancipazione illusoria della donna, descritta nel discorso conclusivo di un Seligman che sembra farsi quasi portavoce dell’opinione del regista, come ancora una volta inesorabilmente schiacciata dalle convenzioni sociali e vittima più che mai di se stessa. L’unica colpa di Joe, come lei stessa ci confessa prima di raccontarsi è quella di aver “sempre voluto di più dal tramonto […]. Colori più spettacolari, quando il sole toccava l’orizzonte”, vittima della ricerca vana di un benessere insaziabile, del rifiuto dell’amore e della solitudine completa come sola via di salvezza.

Lungo, impegnativo, grottesco e paradossale, può conquistare oppure disgustare, Nymphomaniac è la summa del cinema di Lars von Trier, lo spettatore ancora una volta ha un ruolo del tutto marginale, e l’unica scelta possibile è quella di investire cinque ore del proprio tempo in qualcosa di cui scoprire il valore, se valore avrà, solo a posteriori.

 

 

 

Il Divo – La spettacolare vita di Giulio Andreotti

index“Guerre puniche a parte, nella mia vita mi hanno accusato di tutto quello che è successo in Italia” si aprè così il quarto lungometraggio di Paolo Sorrentino, con una profonda e pungente ironia, che ci introduce al racconto cinematografico di quasi mezzo secolo di politica attraverso la vita e la figura di un solo uomo: l’indecifrabile Giulio Andreotti. Del Papa nero si è detto e raccontato di tutto, eppure nel ritratto che emerge da Il Divo quel tutto appare quasi inedito, il cineasta partenopeo ci racconta La spettacolare vita di Giulio Andreotti con una maturità cinematografica coraggiosa e autorevole valsagli il premio della giuria a Cannes nel 2008, dove alla proiezione del film sono seguiti oltre dieci minuti di applausi.

Il lavoro di Sorrentino si configura egregiamente nella tradizione del cinema di impegno civile italiano, ma a questa rielaborazione della realtà si affiancata una componente disillusa e visionaria, che spinge la tradizione verso l’avanguardia. Il racconto si snoda lungo un intervallo di tempo che va dalla fine della Prima Repubblica fino all’inizio del processo di Palermo, esplorando le piege oscure del tessuto governativo dei 7 mandati divini e i presunti collegamenti con le numerose morti di quegli anni. Attraverso la storia di un uomo, il regista ci racconta alcuni tra gli eventi più importanti nella seconda metà del novecento, dal sequestro Moro ai collegamenti tra politica, mafia e massoneria.

il-divoLa forza della pellicola giace nella volontà di non fare aperta denuncia, invettita retorica che appartiene ad un modo ormai inadeguato di fare cinema civile, ma nello sfruttare il mezzo visivo in tutta la sua pienezza. Contrariamente a quanto accade per altre pellicole contemporanee con le stesse ambizioni e intenzioni del lavoro di Sorrentino, come non pensare a Il Caimano di Nanni Moretti, la figura del protagonista non è solo oggetto di contestazioni e denigrazione feroce, ma viene osservata nella sua totalità umana. Andreotti è umanizzato, ed è proprio questa la differenza che spinge il lavoro di Sorrentino ad avere un pregio qualitativo maggiore, grazie anche alla meravigliosa interpretazione di Tony Servillo. Perfettamente inserito nello stile narrativo di Sorrentino, il divo è un uomo fondamentalmente solo, come soli sono tutti i personaggi che popolano i lavori del regista: Titta di Girolamo, Geremia de’ Geremei, la rockstar decadente di This must be the place fino all’ultimo acclamato protagonista del film che lo ha consacrato con il premio Oscar, Jep Gambardella. Il divo di Servillo è un personaggio irripetibile, lontano anni luce da una semplice imitazione, diverso dall’Andreotti di Oreste Lionello, è una figura imperturbabile, lo sguardo glaciale nascosto dietro ai grandi occhiali in celluloide, che segnano le orecchie forse un po’ più del dovuto, le mani costantemente giunte a seguire un linguaggio misterioso che solo la fedelissima segretaria Enea sa decodificare, una Piera degli Esposti degna della migliore tradizione teatrale italiana. Emblematiche sono tutte le figure femminili del film, le uniche a conoscere ed a capire profondamente quello che c’è oltre al divo Giulio: l’uomo. In particolar modo la moglie Livia, l’unica sfera di umanità di un Belzebù che sembra incapace di provare sensazioni umane, un Nosferatu moderno, ricurvo su se stesso come a custodire gelosamente il mistero del suo vivere, schiacciato dalla condanna di portare sulle spalle la responsabilità di un potere grande e misterioso, impossibile da comprendere a nessuno se non a lui e a Dio stesso. Un uomo silenzioso che si muove tra le stanze del potere nazionale con piccoli passi da Geisha, osserva e interviene con moderazione svelando una sarcastica e pungente potenza espressiva, un parlato per metafore, brevi e dirette, quasi massime che delineano un personaggio della cui interpretazione egli stesso è pienamente conscio. Un uomo deformato dal potere, grottesco, macabro e ironico al tempo stesso, un uomo senza particolari qualità, come lo definisce la stessa moglie Livia, e forse proprio per questo crudele specchio di un popolo intero e statista meglio di chiunque altro designato a governarlo.

ildivo2Attorno a questa figura controllata e impassibile si delinea una gang malavitosa che sembra presa dal migliore gangstar movie americano, personaggi quelli della “corrente andreottiana” che si muovono con la cattiveria naturale del predatore. Parlano, ma non si esprimono direttamente su nulla, come se avessero paura a fidarsi gli uni degli altri, sovrano su di essi regna l’imperturbabile silenzio di Andreotti, figura venerata quanto quella del capo di una famiglia mafiosa. In una delle prime sequenze introduttive del film, che ci presenta uno ad uno i personaggi della corrente, sembra quasi di scorgere un chiaro riferimento all’Al Capone di Brian De Palma, mentre si fa la barba ed è circondato e respira l’aria della sua corrente. Il tutto è completato da scritte in sovraimpressione, movimenti di macchina concitati, angolazioni alternative nella costruzione dell’inquadratura e sonorità techno e rock a tutto volume. Le musiche curate da Teho Teardo spaziano da selezioni classiche a pezzi moderni e sostengono le scene con una sensazionale intensità. Le scritte rosso sangue, e il sangue stesso delle scene violente, ci riportano al ritmo di Toop Toop dei Cassius in una grafic novel splatter, sembra di guardare un film di Tarantino, lo spettatore da un momento all’altro si aspetta quasi che in scena entri una katana giapponese. Forte è ancora una volta il contrasto musicale voluto nella scena del bacio con Totò Riina, scandito da una dolce ballata pop americana, che ricorda quasi un lento da Il tempo delle Mele. Deliziosi sono anche i momenti di confessione e intimità con la moglie, quando lui in viaggio le telefona e le chiede di pronunciare delle parole con la r per sentire la sua r vistosamente moscia, lei lo riprende subito chiudendo l’unico momento in cui il mostro ci appare un uomo come tanti altri, un marito come tutti gli altri.

2015_2Le confessioni pacate, reali in un confessionale e le passeggiate notturne scortate su via del corso, la capitale di notte era già nella visione di Sorrentino molto prima dell’Oscar, si alternano al sogno e all’immaginifico dei monologhi a voce alta, del bisogno di urlare i pensieri che affollano la mente del divo. Ed è ancora una volta Livia con i suoi candidi occhi a portare lungo la via dell’interiorità del personaggio, indecifrabile per lo spettatore come per l’Italia intera, gli occhi della moglie sono i nostri, quelli di tutti gli italiani. Occhi che sanno della DC del clientelismo e della connivenza, della loggia P2, degli anni delle stragi, della strategia della tensione, di Andreotti, di Moro, del bel paese avvelenato dalla sete di potere, occhi che vedono e non possono capire l’atroce fardello del senso di responsabilità. Il film di Sorrentino è una pugnalata crudele, dritta al cuore del nostro essere italiani, sullo schermo un autentico senso del peccato e una forte indignazione seguono lo spettatore lungo tutta la pellicola esattamente come il fantasma di Moro e le pesanti emicranie tormentano il protagonista, piccola figura specchio di una nazione intera, quasi un martire della repubblica, schiacciato dall’esercizio di un male necessario per il bene.

L’evidenza manifesta della verità è negata e tutto ritorna supposizione che lascia spazio al fascino dell’enigma. Una pellicola ipnotica, un capolavoro macabro che ci presenta un riassunto degli ultimi 40 anni di politica nazionale in chiave grottesca, ci lascia a riflettere su un paese macchiato, compromesso per sempre, che si trascina dentro la vergogna del silenzio, di una giustizia tragicamente irrisolta.

Amore, Paure e Speranze nell’Espiazione di Joe Wright – 1° Quasi Premio Oscar – 2008

Atonement_UK_poster Amore, passione e violenza si confondo nella fervida immaginazione di una ragazzina e diventano causa di un terribile errore che segnerà per sempre la sua esistenza. Siamo nella torrida estate inglese del 1935, la tredicenne Briony Tallis assiste involontariamente a due eventi diversi, due realtà incontrollabili che sfuggono al suo universo a prova d’inchiostro e finiscono per tramutarsi in un’accusa atroce che distruggerà per sempre la vita dei protagonisti. Non basterà la tragedia della guerra, la separazione dalla famiglia e un’intera esistenza dedicata all’espiazione per dimenticare quello che è successo. Sarà ben 60 anni più tardi, grazie ad ultimo estremo atto di gentilezza dell’artificio letterario che la protagonista riuscirà a redimersi, restituendo a sua sorella Cecilia e a Robbie la giusta felicità. 

Espiazione, secondo lavoro di Joe Wright e trasposizione cinematografica dell’omonimo best seller di Ian McEwan, entra meritatamente nella rosa dei nominati al premio cinematografico più ambito del nuovo continente, ma non ne esce vincitore, sono i fratelli Coen e il loro Non è un paese per vecchi a portare a casa la statuetta d’oro nel 2008.

atonement_1_sht-copy-for-blogFedele alla struttura narrativa del romanzo grazie ad un’abile segmentazione della diegesi filmica, Espiazione colpisce lo spettatore per la frammentarietà della narrazione, divisa in due parti, una prima parte maggiormente statica e una secondo parte in cui il ritmo cambia e si fa più sostenuto. Il lavoro non convenzionale di Paul Tothill, che ha curato anche il montaggio di Orgoglio e Pregiudizio e delle successive produzioni del regista, gioca di prospettiva regalando ad una prima fase narrativa piana un estremo dinamismo. Il susseguirsi delle scene non rispetta l’ordine degli avvenimenti, ma l’alternarsi dei diversi punti di vista dei personaggi, i momenti filmici si intrecciano e si ripetono abilmente, lo spettatore si perde nell’altalenarsi delle prospettive, immaginazione e realtà si fondono e sostengono la magia della pellicola, il tutto senza intralciare minimamente la chiarezza dell’intreccio.

Il piano della realtà e quello della finzione letteraria si rincorrono fino alla fine del film, momento in cui al lettore viene consegnata la chiave di lettura definitiva dell’opera. É la potenza recitativa di una strepitosa Vanessa Redgrave a condurci all’epilogo attraverso un monologo conclusivo toccante fino alla commozione, che ci lascia anche una profonda riflessione meta-letteraria sul mezzo stesso della scrittura e sulla doppia valenza positiva e negativa della controversa sensibilità dello scrittore. Il fardello del dono letterario sembra rispecchiarsi anche nella colonna sonora, il personaggio di Briony è accompagnato fin dal principio della pellicola dallo spasmodico tintinnio dei tasti di una macchina da scrivere, Dario Marianelli riesce quasi a personificare la musica attraverso un ticchettio dal ritmo incalzante che suggerisce il tormento interiore della protagonista. Le musiche perfettamente integrate nella pellicola, e mai semplice sottofondo musicale, sono valse al compositore pisano il premio Oscar, unico Accademy vinto dal film.

atonement_0388Sebbene Atonement sia solo il secondo lungometraggio di Joe Wright, lo stile narrativo è marcato e riconoscibile fin da subito, evidenti e ripetute le analogie con l’opera prima, anche essa trasposizione cinematografica di un classico della letteratura inglese. Ogni singola inquadratura è curata minuziosamente nel dettaglio con la maestria compositiva di un architetto, anche le scelte cromatiche delle immagini esprimono un tocco del tutto personale del regista, singolare è la penetrazione della luce nella scena che assume anche una doppia valenza simbolica, buio e luce riproducono gioie e tormenti interiori dei protagonisti e si alternano nelle scene quasi a sottolinearne ogni singolo sentimento. Il resoconto della guerra è toccante, la meravigliosa Elegy for Dunkirk lascia un profondo sentimento di speranza nello spettatore, che partecipa al pathos della scena ed è portato a sperare nel tanto agognato lieto fine. Sebbene il racconto della guerra sia stato aspramente criticato, soprattutto la ritirata a Dunkerque, le sequenze risultano sufficientemente chiare e fanno la giusta sintesi di una parte molto lunga del romanzo, che per ovvie ragioni non poteva occupare una porzione maggiore di prodotto.

wallpaper-di-keira-knightley-63777La riuscita del lavoro è anche merito di un cast di qualità estrema, un’occasione di conferma per James McAvoy, che dopo la grande performance in L’ultimo re di Scozia, interpreta un personaggio poliedrico, sebbene l’introspettiva su Robbie sia contenuta all’interno della diegesi, diviso tra l’amore per Cecilia e la lotta per la riconquista di una dignità ingiustamente perduta. Una sublime Keira Knightley, che ricorderemo per sempre immortalata tra le morbide onde di un abito in seta verde smeraldo per lei appositamente disegnato da Jaqueline Durran, è una donna forte e sicura che si odia perché scopre la debolezza e l’irrazionalità dell’amore, ma che incondizionatamente rinuncerà a tutto e a tutti per inseguire la felicità. Un romanticismo d’altri tempi quello dei protagonisti, si odiano perché si amano, si cercano e non sanno trovarsi, si sfiorano ma prima di raggiungersi sono tragicamente destinati a separati.

La pellicola è stata aspramente critica, considerata un prodotto commerciale destinato alla conquista del grande pubblico, ovvio dire che non sono dello stesso avviso, per giudicare l’unica cosa che resta da fare è munirsi di un generoso box di kleenex e vedere con i proprio occhi.

The Wolf of Wall Street – Le Notti da Leoni dei Lupi della Finanza

TheWolfOfWallStreetPosterCinquecentosei f-bombs, centottanta minuti di proiezione e ben cinque nomination per la regina di tutte le statuette. I numeri dell’ultimo riuscitissimo lavoro di Martin Scorsese parlano chiaro, The Wolf of Wall Street nasce per stupire. Il buon vecchio Scorsese sembra aver ritrovato il tocco febbrile e viscerale di Goodfellas e Raging Bull e ci consegna tre ore di puro delirio. Sesso, alcool e droghe di ogni genere si alternano in una vertiginosa spirale di deliranti trasgressioni all’insegna di un’unica costante: il denaro, vero protagonista dell’intera pellicola. “Risolvete i vostri problemi diventando ricchi” questo il motto di Jordan Belfort, un anti-eore alla Gordon Gekko per il quale però non si riesce a non simpatizzare per tutta la durata del film. La scelta dell’interprete protagonista conferma un fruttuoso sodalizio artistico, che ancora una volta si rivela vincente. Un Leonardo Di Caprio strepitoso e fuori da qualsiasi schema di contenimento, ci regala uno dei personaggi più riusciti della sua carriera, dimostrando una maturità attoriale definitivamente raggiunta. Viveur e carico di un’elettricità contagiosa, il lupo in doppiopetto di Wall Street si è arricchito vendendo bisogni inconsistenti a ricchi compratori. Robin Hood singolare e mai prevedibile il nostro Wolfy, così ribattezzato dal Forbes, spietato e privo di qualunque senso della morale, eppure animale compassionevole, visceralmente legato ai suoi compagni di avventura, dai quali trae la sua forza e con i quali condivide oscenità di ogni tipo. Lupo in mezzo ai lupi finisce per cadere vittima di quel sogno americano in cui tanto credeva, intrappolato nel micro cosmo della Stratton Oakmont, universo quasi familiare a cui fatalmente non riesce proprio a rinunciare. Incapace di emanciparsi da questa autocelebrazione a tutti i costi finirà dritto nella grinfie dell’FBI. L’universo di Scorsese non prevede morale o redenzione, scontata la pena Belfort ritorna a vendere fumo esattamente seguendo lo stesso credo, un lupo, è proprio il caso di dirlo, che non perde certamente il vizio.

Di Caprio non è nuovo al ruolo del truffatore buono che sfugge all’FBI per poi collaborare, stessa sorte condivisa da Frank Abagnale Jr nel “Catch me if you can” di Spielberg, nel quale però l’attore poteva condividere la scena con uno strepitoso Tom Hanks, cosa che non si ripete nel film di Scorsese. Sebbene il protagonista sia circondato dalle stesse figure lungo tutta la durata del film, nessun personaggio riesce a rubare la scena a Belfort, carismatico e indiscusso re del palcoscenico, padrone dello show. One-man-show nel quale oltre alla bellissima Barbie in yacht, alias Margot Robbie, l’unico personaggio che riesce a rubare parte della scena a Di Caprio è l’amico Donnie, un eccelso Jonah Hill, di cui certamente sentiremo ancora parlare. L’amico di sbronza emerge dall’entourage del Lupo in mezzo a tutta una serie di personaggi anonimi e privi di spessore caratteriale. Le scene in cui i due amici fanno abuso di qualsiasi droga reperibile e irreperibile sul mercato sono destinate, nel bene o nel male, a rimanere nella storia del cinema.

Le atmosfere deliranti e una colonna sonora sempre azzeccatissima tengono appiccicati alla poltrona fino alla fine di tre ore che scorrono via con estrema facilità, abilmente orchestrate dalla sceneggiatura di Terence Winter, maestro de I Soprano. Un film senza mezze misure, tutto lo squallore e il delirio di quei bravi ragazzi di Wall Street è servito senza filtro alcuno allo spettatore, tutto sembra raccontato in presa diretta, come fosse visto e vissuto, persino raccontato, dai protagonisti stessi. Un mondo avido, dove lussuria e denaro dominano le vite di questi personaggi che obbediscono alla sola regola dell’arricchimento personale per fare più soldi di quanto non fossero mai stati in grado di spenderne, eppure lo spettatore inevitabilmente è conquistato fino a parteggiare e simpatizzare per questa adorabile manica di pazzoidi, una lunghissima notte da leoni tra i lupi della finanza. Molte scene e ripetute scelte stilistiche avvicinano questo film ai capolavori della comicità di John Landis, mentre la selezione della colonna sonora ci riporta spesso sulla linea di un Tarantino in versione soft. Uno Scorsese che ha ritrovato la sua verve narrativa e ha saputo metterla al servizio di un nuovo modo di fare cinema, realizzando un quadro esplosivo dei patinatissimi anni 80 e dello sfrenato arricchimento senza scrupoli dei piani alti di Wall Street, raccontato senza ambizioni moralizzatrici alla Oliver Stone. Il lavoro di Scorsese non punta alla coerenza estetica, all’equilibrio, né tanto meno alla raffinatezza narrativa di capolavori come The Aviator, non c’è catarsi né desiderio di redenzione nei protagonisti. Il punto di vista è interno, non ci sono vittime né carnefici, ma solo una costante bramosia di denaro e lussuria descritta a tutto tondo, sviscerata dall’interno. The Wolf of Wall Street non ha mezze misure, lo si ama oppure lo si odia, un allucinante fiume in piena, per goderselo bisogna lasciarsi travolgere.